Quando l’ arte è un pugno allo stomaco

estoy viva

“Per un’ ora leggo testimonianze di sopravvissuti al conflitto armato in Guatemala, mentre un dentista cerca di farmi tacere anestetizzandomi ripetutamente la bocca”. Reginà Josè Galindo, giovane artista guatelmateca, presenta così’ il video che accoglie i visitatori alla mostra in programma al PAC MILANO dal 25 marzo all’ 8 giugno.

Un paio di ragazze sono sedute davanti allo schermo: si girano infastidite e non riescono proprio a guardare mentre scorrono i primi piani della bocca aperta con le mani del medico. Il video si chiama “La Verdad” ed ha come tema il genocidio degli indigeni maya di etnia Ixil in Guatemala, accusati dal governo di solidarizzare con la guerriglia. Duecentomila morti dal 1960 al 1996 ed un processo con accusa di crimini contro l’ umanità che ha portato sotto processo un generale dell’ esercito ed il capo dei servizi segreti; il procedimento è stato sospeso prima con stratagemmi e trucchi, poi grazie all’ intervento del presidente della Repubblica. ad oggi si attende che sia riaperto per inchiodare finalmente i colpevoli. oltre ai morti, le violenze di vario tipo che non hanno risparmiato donne e bambini; proprio di questa barbarie racconta la Galindo nel video ed il dentista che la tormenta rappresenta la politica che cerca di mettere continuamente il bavaglio alle verità scomode.

L’ artista è stata premiata nel 2005 con il Leone d’ Oro alla Biennale di Venezia come migliore giovane artista. le sue modalità espressive sono certamente originali ed estreme: il corpo diventa strumento dell’ artista che si spinge in performance umilianti e dolorose documentate per lo più’ attraverso foto e video. “Estoy Viva” è il titolo della mostra e pare quasi paradossale esaminandone i contenuti: essere viva si può’ interpretare come essere ancora viva, dopo aver vissuto e impersonificato tanto dolore. la mostra è articolata in cinque sezioni: politica, donna, organico, violenza e morte. quest’ ultima sezione è stata collocata al piano superiore del PAC a voler simboleggiare la fine del percorso di sofferenza a cui si assiste nelle altre quattro. entro nella prima sala, la politica e la mia attenzione viene catturata da una serie di immagini molto dirette con una figura di donna nuda, incinta, legata al letto con mani e piedi, imbavagliata, in attesa di essere violentata; in un video la Galindo è incappucciata ed un energumeno le spinge ripetutamente la testa dentro un bidone pieno d’ acqua: il sottomarino, uno dei classici sistemi di tortura dei prigionieri. in un’ altra foto una pala meccanica sta per colpire l’ artista nuda, inerme in mezzo ad un campo. La Galindo realizza spesso performance nei contesti urbani; in un filmato cammina per le strade con un catino pieno di sangue, tra gli sguardi stupiti della gente; un altro video che vedo la ritrae in un museo, come una statua vivente, nuda, mentre i visitatori ridendo la toccano e la osservano. Una foto dell’ artista che dorme accovacciata sulle rocce in riva al mare sembra regalare un momento di poesia, un intervallo nel mezzo della violenza rappresentata. la prossima sala si chiama “Organico”: l’ artista è ricoperta di terriccio, sdraiata in una piazza, oppure rannicchiata sotto un guscio di plastica che la ricopre e la soffoca. forte il coraggio di una ragazza dal fisico esile che non esita a immolarsi per rappresentare la sofferenza che  provano il popolo e le donne del suo paese. Salgo le scale, mi attende l’ ultima sezione della mostra: “morte”. appena entrato scorgo subito nella sala un paio di bare collocate nel mezzo: una è bianca e lavorata, l’altra di legno grezzo. entrambe sono state usate per alcune performance artistiche che vedo rappresentate nei video. un corteo funebre con un gruppo di persone ordinate nel mezzo di una piazza. un uomo che cammina per le strade con il coperchio di una bara legato sulla schiena. il truccatore che da una parvenza di vita e di colore all’ artista, sdraiata come fosse una defunta prima dell’ ultimo saluto. l’ insolita prospettiva di due telecamere accese su un carro funebre che gira per la città: la prima, accanto alla bara, sembra suggerirci cosa potrebbe vedere il defunto se fosse vivo; la seconda che filma le auto al seguito del defunto.nel cimitero un becchino scava una fossa lanciando palate di terra viva sul corpo della Galindo nuda in piedi alle spalle dell’ uomo. una performance in cui l’ artista dentro una bara viene spinta giocosamente e seguita da diverse persone, quasi fosse l’ insolito saluto a chi se ne sta andando.

L’arte diventa provocazione; il corpo dell’ artista che rappresenta su di se la violenza e la violazione dei diritti civili . questa mostra è un vero pugno alla bocca dello stomaco del visitatore. non per tutti.

testo e foto di Christian Santi

PAC MILANO via palestro 14 – 26 marzo – 8 giugno 2014

Orari:
Martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica 9.30 — 19.30
Giovedì 9.30 — 22.30
Lunedì chiuso.

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